Spina calcaneare e fascia plantare – che cosa fa davvero male
La fascia plantare è una robusta banda di tessuto connettivo che va dalla tuberosità del calcagno alla base delle dita. Sostiene l’arco plantare e trasmette forze elevate a ogni passo. Quando il carico supera la sua tolleranza – dopo un aumento del chilometraggio, un cambio di scarpe o qualche settimana di lavoro in piedi – nel punto in cui si inserisce sul tallone compare una reazione dolorosa da sovraccarico. Il termine comune “fascite plantare” è qui fuorviante: le analisi dei tessuti mostrano più un rimodellamento alterato delle fibre che un’infiammazione classica. Per questo il ghiaccio e gli antinfiammatori, da soli, raramente bastano.
La spina calcaneare, invece, è un’escrescenza ossea che si forma in risposta a una trazione prolungata in questa zona. Gli esami di imaging la mostrano anche in buona parte delle persone che non hanno mai lamentato dolore al tallone, e molte persone con sintomi tipici non ce l’hanno affatto. In altre parole: la spina è più una traccia del processo che la sua causa. Per questo il trattamento si concentra sul tessuto e sulla sua tolleranza al carico, non sull’escrescenza in sé.
Che cosa valutiamo durante la visita
Iniziamo stabilendo dove si trova esattamente il dolore e in quale momento della giornata. Il quadro classico unisce un dolore puntiforme alla pressione sulla parte interna della tuberosità del calcagno e un dolore pungente nei primi passi del mattino. Esaminiamo la flessione dorsale del piede, la tensione e la forza del polpaccio, la mobilità dell’alluce e la forza dei muscoli intrinseci del piede. Se il dolore si trova più vicino alle dita che al tallone, è più probabile un sovraccarico dell’avampiede.
Verifichiamo anche che i sintomi non abbiano un’altra origine – un’irritazione di rami nervosi, un’atrofia del cuscinetto adiposo del tallone o una frattura da stress del calcagno, che fa male anche a riposo. Osserviamo come lavora la caviglia, perché le limitazioni dopo una distorsione della caviglia spostano spesso il carico sul piede.
Come si svolge il trattamento
La prima fase serve a ridurre il dolore del mattino quanto basta per poter camminare e allenarsi normalmente: lavoro sui tessuti molli di piede e polpaccio, terapia manuale, a volte dry needling, oltre a un supporto temporaneo con un plantare o scarpe con il tallone leggermente rialzato.
Il vero lavoro, però, è l’allenamento. I sollevamenti sulle punte con carico e un asciugamano arrotolato sotto le dita, il rinforzo dei muscoli intrinseci del piede e il lavoro sulla resistenza del polpaccio – eseguiti con regolarità per diverse settimane – aumentano la tolleranza della fascia plantare al carico. È l’elemento del trattamento meglio documentato e, allo stesso tempo, quello più spesso trascurato.
Il dolore al tallone si attenua lentamente. Una durata realistica è di solito di 6–12 settimane, a volte di più se i sintomi durano da molti mesi. Un primo miglioramento del dolore mattutino si nota in genere prima, dopo due o tre settimane di esercizi costanti.
Che cosa può fare da domani
Prima del primo passo del mattino, esegua una decina di movimenti tranquilli del piede a letto e allunghi delicatamente il polpaccio – spesso questo riduce nettamente il dolore mattutino. Se lavora in piedi, passi a scarpe con un leggero tacco e una buona ammortizzazione e, dopo una giornata in piedi, faccia riposare il piede invece di aggiungere una passeggiata serale. Nella fase più dolorosa, eviti di camminare a lungo scalzo su pavimenti duri.
Sono misure a breve termine che danno sollievo, ma non modificano la resistenza dei tessuti. Un effetto duraturo si ottiene solo con un allenamento regolare – contenuti e dosaggio li definiamo in seduta.